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Viduquestla

 

Fin dal loro rinvenimento, quelli di Venafro sono considerati gli scacchi più antichi d’Europa.

Su questo set si è detto e scritto molto, io stesso su questo blog, gli ho dedicato alcuni post (per saperne di più leggi qui).


L'ultimo set degli scacchi di Venafro da me realizzati in uno scatto di René Meijer (foto pubblicata su sua gentile concessione)

In passato, come già fatto per altri esemplari storici (vedi qui), ho realizzato dei modellini dei reperti in questione, riproducendoli il più fedelmente possibile pezzo per pezzo.

Si è trattato di un lavoro di scultura che ha tenuto presente della situazione attuale dei pezzi, riproducendo quindi, non solo gli scacchi nelle giuste dimensioni e proporzioni, ma anche i loro crepi, le fratture, le rugosità e incrostazioni.

Quei modelli in scala 1:1 sono stati fatti in legno, ricoperto di vari strati di stucco e resine per rendere l’idea della rugosità e della consistenza del materiale originale.

L’attenzione, in quel caso, era rivolta al riprodurre l’aspetto dei singoli pezzi seppur partendo da materiali e tecniche di lavoro assolutamente estranee al contesto storico a cui quegli scacchi appartenevano.

 

I pezzi originali invece sono stati realizzati in corno di cervo, come ben descritto nella pubblicazione "Gli scacchi di Venafro" a cura di Antonio Sorbo (Volturnia Edizioni, 2020) da cui sono tratte molte informazioni utili al lavoro di seguito descritto.

Per questa seconda riproduzione dell’antico set, ho voluto, quindi, utilizzare lo stesso materiale, ricercando nei palchi a mia disposizione le porzioni più adatte a formare i vari pezzi e lavorando il materiale ricavato, manualmente, con attrezzi assimilabili a quelli conosciuti all’epoca.

 

Un disegno schematico raffigurante le varie parti del palco utilizzate per realizzare gli scacchi

Si è trattato di un lavoro sperimentale per produrre non più copie fedeli degli scacchi di Venafro, ma altri pezzi, simili nella costruzione, senza tenere troppo conto dell’attuale condizione degli originali.

L’attenzione si è spostata, pertanto, dal loro stato, all’interpretazione dei segni di lavorazione presenti sui pezzi ed al tentativo empirico di riprodurre le sequenze di manifattura utilizzate in passato.

Riporto di seguito le varie fasi di lavorazione che mi hanno condotto alla realizzazione di questo nuovo set di scacchi.

 

L'operazione di taglio del palco. In 1 si può vedere il palco intero con i primi segni per definire le parti interessate (per l'intero set di scacchi è stato necessario l'uso di due palchi). In 2 l'operazione di taglio. In 4 i pezzi che sono stati utilizzati per fare gli scacchi.

 

La prima operazione di pulizia dei pezzi è stata tra le più laboriose, ma era necessaria per eliminare le perle, le protuberanze e le rugosità della superficie. Mi sono chiesto, in questa fase se le incisioni diagonali che caratterizzano gli originali fossero state ottenute sfruttando od interpolando in qualche modo i solchi naturali del materiale formati tra le varie escrescenze (la possibilità di farlo si legge soprattutto nell'immagine 2, nel pezzo di destra). Ottenere risultati omogenei come quelli sui pezzi originali però è risultato impossibile. Se ne deduce che l'utilità dei solchi può essere solamente quella di meglio accogliere l'encaustico di cere, utilizzato in un secondo tempo per poter definire, tramite colorazioni differenti i due schieramenti.

 


Inizia il lavoro d'intaglio vero e proprio delle varie caratteristiche dei pezzi. Ecco i diversi stadi di lavorazione per ottenere la testa del cavallo. 


Il pezzo è stato successivamente rifinito a lima.


L'intaglio dell'alfiere/elefante ha richiesto qualche lavoro in più, ma l'utilizzo di una lama di seghetto si è dimosrato anche qui essere l'espediente migliore.


L'incisione della torre/carro ha richiesto al contrario l'uso di una lama molto più larga che permettesse un taglio dritto e regolare. Leggere variazioni dell'inclinazione della lama durante il suo movimento hanno prodotto le stesse imprecisioni sul punto d'incontro dei due tagli (visibili in 3) che si notano anche sui pezzi originali.


Lo stesso discorso vale per i tagli necessari a sbozzare la figure del re e del reggente (o regina).



L'operazione più gravosa è stata sicuramente quella di riportare tutte le numerose incisioni diagonali presenti sulla superficie di tutti i pezzi. Per questo intervento sono tonato all'uso di una lama di seghetto che garantiva, grazie alla sua elasticità, l'adesione alla curvatura della superficie, causata dalla diagonalità dei solchi incisi. Ancora una volta ho allargato e rifinito le incisioni con una lima.


L'ultima operazione è stata la reallizzazione dei pomoli incastrati sulla sommità dei re. Il pomolo è stato realizzato a lima, così come il foro, tra le porosità centrali del pezzo di corno. Data la forma a cuneo del pezzo da incastrare e la particolare consistenza della zona spugnosa non è stata necessaria l'applicazione di collanti per fermare definitavente il pomolo. 

Gli scacchi sono stati quindi rifiniti e definiti grazie ad un encaustico di cere con colori differenti, rossa per uno schieramento (dettaglio dedotto grazie a traccie di colore ancora presenti su alcuni originali) e leggermente brunente per l'altro.


Gli scacchi di Venafro in corno di cervo da me realizzati in uno scatto di René Meijer.

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Sicuramente tra i ritrovamenti di scacchi di epoca medievale più studiati ed indagati c'è quello avvenuto a Venafro nel 1932.

Il confornto tra gli scacchi di Venafro in una veccchia foto e le copie in scala 1:1 realizzate da noi

 

Studi, testi, analisi, pubblicazioni e tesi inerenti a questi piccoli attrezzi ludici sono innumerevoli tanto che sarebbe impossibile, in questo contesto, citarli compiutamente; mi limiterò pertanto ad accennare alcuni passaggi di questa ricerca compiuta da molti protagonisti del mondo della cultura scacchistica ed archeologica.

La causa di tanto clamore nasce proprio dalle circostanze del ritrovamento (di cui ho già parlato qui), che non permisero un approfondito esame del contesto del rinvenimento tale da permettere una precisa datazione del reperto.

Per vicinanza geografica con diverse sepolture romane presenti nella zona, i pezzi vennero inizialmente descritti come pedine appartenenti ad un gioco di epoca classica e questo errore di base fu la causa dei tanti studi che si susseguirono.

Non si può certo imputare alcuna mancanza all'archeologa Olga Elia, che per prima si occupò di scrivere uno studio del reperto, visto che sembrò aver compreso l'importanza di quei “diciotto pezzi […] che devono considerarsi appartenuti ad un gioco da tavolino del genere detto di riflessione, tipo dama e scacchi”.

 

Nell'introduzione del testo di O. Elia si parla di 18 pezzi anche se ne vengono descritti 19, oggi sappiamo che i due frammenti riprodotti in foto sono di pezzi differenti.

 

Anzi, a mio avviso nel suo testo, laddove descrive ogni pezzo del ritrovamento, citandone proporzioni e dimensioni, traspare un tentativo di indagine più rigorosa, rimasta probabilmente in qualche modo frammentaria o “non conclusa” e per questo, forse, non completamente espressa. 

Il testo di O. Elia descrive anche la presenza di pomelli o tappi che andavano a completare alcuni pezzi (come re e regine) inserendosi nella loro cavità centrale. Tali parti sono purtroppo andate perdute.
 

Non possiamo certo stupirci se in quegli anni non fosse a conoscenza della storia e della nascita degli scacchi o della loro evoluzione in relazione alla foggia e al design dei pezzi, tanto più che studi conclusivi in questo settore vennero divulgati solo più tardi.

Eppure non possiamo non notare l'indizio fornito dalla sigla con la quale la studiosa descrive i singoli pezzi del ritrovamento: 

 

  • R, R¹, R², R³, per quelli che oggi riconosciamo come Re e Regine del gioco degli scacchi;

     


     

  • T, T¹,T², T³, per quelli che oggi sappiamo essere Torri nel gioco degli scacchi;

     


     

  • A, A¹, A², per quelli che consideriamo Alfieri;

     


     

  • a, a¹, a², per quelli che sono i Cavalli;

     


     

  • B, B¹, B², B³, B⁴, per i Pedoni.

     


     

Il tentativo di accostamento di questi pezzi a quelli degli scacchi risulta, a mio avviso, evidente dalla scelta delle lettere iniziali dei singoli elementi, ma come spiegare la completa assenza di altri reperti simili nei molti scavi archeologici che in tutta Europa hanno fornito letteralmente montagne di reperti ascrivibili alla cultura ludica romana?

 


 

Successivamente venne ipotizzato (in particolare dal dott. Adriano Chicco, uno dei maggiori studiosi italiani dell'argomento) che la nascita degli scacchi in India potesse essere avvenuta prima di quando comunemente ritenuto, in modo che i pezzi rinvenuti a Venafro venissero contestualizzati grazie a riconosciuti contatti commerciali o militari tra l'Oriente ed il mondo romano.

Anche in questo caso non tutti i parametri però sembravano dare spiegazioni veramente credibili, infatti più si avanza nel tempo, avvicinandosi al VI – VII secolo d.C., più la presenza degli scacchi in Asia risulta plausibile, ma diventa sempre più difficile sostenere il mantenimento di scambi tra Oriente ed Roma.

Inoltre i pezzi di Venafro sono di foggia islamico-persiana, morfologia che difficilmente si può collocare in un periodo tanto anteriore, per esempio tra il III ed il IV sec. d.C., periodo ultimo in cui i contatti diretti tra Roma e paesi asiatici possono essere considerati ancora in auge ,seppur già notevolmente ridimensionati.

 



L'interesse per questo curioso reperto si risvegliò successivamente a partire dal 1990.

Essi furono esposti in diverse occasioni e questa visibilità sollecitò molti studiosi che scrissero le loro analisi, riportando diverse teorie nel tentativo di spiegare l'anomalia che questo ritrovamento comportava.

Non si poteva negare l'evidente similitudine dei reperti con altri scacchi rinvenuti in Europa, ascrivibili al periodo medievale e la tesi che anche gli scacchi di Venafro risalissero al X secolo, venne presa in considerazione in particolare dalla studiosa tedesca Antje Kluge-Pinsker in due studi del 1991 e del 1992.

 


 

Nel 1994, grazie all'interessamento del dott. Franco Pratesi, ci si apprestò a dirimere definitivamente la questione mediante un'analisi radiocarbonica con il metodo della spettrometria di massa con acceleratore che venne effettuata in due distinti laboratori: uno del Dipartimento di Scienze Fisiche dell'Università di Napoli Federico II e l'altro dell'Australian Nuclear Science and Technology Organisation di Sydney.

Il risultato fu unanime e venne così definitivamente riconosciuta la datazione degli scacchi che provengono dalla fine del X secolo.

 


Nel 2020, infine, è uscito un libro che riporta, oltre ai testi già raccolti in passato da “L'Itallia Scacchistica”, pubblicati successivamente alla datazione al radicarbonio, gli atti del convegno “Venafro e gli Scacchi” tenutosi il 7 settembre 2019 .

In quest'ultima pubblicazione lo studio di Federico Bonfanti e Marco Bertolini chiarisce, grazie ad un'analidìsi tecnologica sui reperti, che il materiale utilizzato per realizzare gli scacchi non è osso, come si era convenzionalmente creduto, ma corno, ottenuto da più palchi di cervo europeo adulto.


Quante sorprese saranno ancora in grado di riservarci questi piccoli reperti già tanto discussi?

 

 

Gli scacchi che si vedono nelle immagini del post sono copie eseguite da noi in scala 1:1.

Essi sono stati riprodotti a mano in numero tale che, una volta colorati in differenti sfumature potessero formare un set da gioco completo. 

 



 

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Esistono molte ricerche sulla storia degli scacchi che permettono di indagare i dettagli e le diverse ipotesi sulla loro evoluzione, deducibili dal confronto tra varie fonti: documenti, reperti, iconografie, etc.

 

Un'immagine tratta dal "libro de los Juegos" di afonso X (Sec. XIII)

 

Grazie alla passione che accomuna tutti gli studiosi del settore, che spesso sono portati a collaborare in indagini multidisciplinari con grande onestà intellettuale ed approccio scientifico, è possibile ottenere sempre maggiori informazioni sulla realtà storica che ha lasciato tracce dell'evoluzione di questo gioco.

Nonostante questo, non sempre i resoconti di questi studi sono disponibili a tutti quegli appassionati che hanno interesse ad approfondire la propria conoscenza a riguardo.


Di seguito presento un avvincente analisi di Roberto Cassano dal titolo “I pezzi Shatranj in Italia forme astratte per più di mezzo millennio”.

Tale documento è stato pubblicato nel 2018 sul Yearbook dell'A.S.G.C. .


Ringrazio per la disponibilità l'autore, che ha consentito di divulgarlo, ora, a tutti gli appassionati che seguono questo blog.


Buona lettura!

 

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Il gioco degli scacchi in epoca medievale, era diffuso, conosciuto ed apprezzato in diversi ceti della società dell'epoca.

 

Dell'estensione di questa passione esistono, infatti, molteplici testimonianze scritte; senza dover rintracciare citazioni troppo eterogenee tra loro, possiamo rendercene conto dalla semplice lettura delle Novelle III, LXVIII e CLXXXIV del Trecentonovelle di Franco Sacchetti. 

 

Attraverso questi racconti possiamo incontrare, nel ruolo di giocatori di scacchi, rispettivamente: Re Edoardo I d'Inghilterra, il poeta fiorentino Guido Cavalcanti ed un piovano di campagna che gioca con un esponente della nobiltà locale; si tratta di quattro figure completamente differenti tra loro, le loro vicende ci confermano perciò la straordinaria trasversalità con la quale il gioco si diffuse rapidamente a tutti i livelli.

Una così ampia diffusione sicuramente avrà richiesto di produrre pezzi di qualità differente, diversi nell'aspetto, nella foggia, nel pregio della manifattura o nella ricchezza dei materiali utilizzati.


Nella maggior parte dei casi, purtroppo, gli scacchi più poveri, quelli fatti per essere utilizzati quotidianamente, erano realizzati in materiale deperibile (legno) e, non trattandosi di preziosissime opere d'arte destinate ad essere esposte nelle residenze di signori e sovrani, sono andati perduti senza quasi lasciare traccia di se'.

 

Volendo immaginare la forma di questi modesti pezzi che si contendevano la vittoria sulle scacchiere medievali si incappa in un ulteriore difficoltà data dal fatto che ci si trova in un periodo di transizione in cui la stilizzazione degli “shatranj” arabi (leggi qui) cedeva gradualmente il passo alla tecnica della tornitura che avrebbe permesso più avanti, in età rinascimentale, di perfezionare sagome affusolate dai profili eleganti e slanciati (leggi qui).


A questi nuovi pezzi ci si arrivò gradualmente ed è lecito immaginare che per lungo tempo convissero scacchi più o meno ricchi, che erano caratterizzati dai primi interventi di lavorazione al tornio e che mantenevano integri gli aspetti salienti di quelli in foggia araba; cosa che permetteva ai giocatori una immediata identificazione dei vari ruoli.

 

Diverse testimonianze storiche ci portano all'interpretazione di questi scacchi che sembrano essersi attestati su forme paragonabili a quelli rappresentati sul Manoscritto 2871, conservato alla Biblioteca Riccardiana di Firenze, che è stato datato tra il 1380 ed il 1410. 

 

Nel codice vengono rappresentati Cavalli caratterizzati da una sola sporgenza frontale mentre gli Alfieri conservano il ricordo delle zanne d'elefante con i loro due risalti sul davanti; entrambi sono privi del piede tornito che caratterizza altri pezzi.

Nel Re, al contrario, è ben identificabile la base tornita simile a quella delle torri.

Queste ultime presentano due prominenze sommitali curve, che, poste lateralmente, sporgono verso l'alto arricciandosi poi all'ingiù (Forma che è presente anche nei rocchi rappresentati negli stemmi araldici medievali di diverse famiglie nobiliari italiane).


L'aspetto degli scacchi appena descritti è proprio quello dello straordinario set di pezzi esposto a Villa Villoresi (ex Prato Della Tosa) di Colonnata, frazione del comune di Sesto Fiorentino. 

Gli scacchi di Villa Villoresi originali a confronto con la replica da noi curata.
 

Questi scacchi, realizzati in legno di bosso, fanno parte di una collezione di oggetti di provenienza archeologica di epoca medievale e romana; si tratta di elementi trovarti in loco e conservati nella villa aperta al pubblico in quanto oggi è stata trasformata in un prestigioso albergo.

Nonostante manchino dati certi per una precisa datazione per questo set, diverse congetture li fanno risalire ad un periodo compreso tra la fine del XIII e quella del XIV secolo.

In quel periodo la villa era adibita a fortilizio ed un susseguirsi di eventi bellici causò la ripetuta distruzione della torre ai piedi della quale sembra essere avvenuto il ritrovamento dei pezzi.

Si è portati a credere, infatti, che si sia trattato degli scacchi in dotazione al corpo di guardia chiamato a presidiare il fortilizio, persi in occasione di uno degli assalti storicamente documentati avvenuti nell'arco del secolo che va dal 1260 al 1360, circa.

La replica degli scacchi torniti in fase di lavorazione prima degli interventi d'intaglio
 

Gli scacchi di Villa Villoresi sono in un eccellente stato di conservazione, il legno è stato lavorato al tornio ed i pezzi finiti con semplici interventi d'intaglio, piuttosto sbrigativi e grossolani.

L'intaglio di una torre
 

A distinguerli da oggetti più pregiati, in cui prevale la componente artistica, concorre il fatto che entrambe le formazioni sono realizzate nello stesso materiale, il bosso, tinto successivamente per creare la formazione dei pezzi “neri”.

Sappiamo che all'epoca, nonostante perdurasse l'usanza di tingere i pezzi neri, gli scacchi realizzati in essenze differenti erano considerati più preziosi, proprio perché non tendevano a scolorire con l'usura causata dal loro utilizzo.

Tra i vari pezzi ritrovati che sembrano appartenere allo stesso set se ne aggiungono due di fattezza più curata, si è portati a credere che si tratti degli unici scacchi ritrovati di un secondo set.

La ricostruzione dei due pezzi "estranei".

La straordinaria importanza dell'insieme, in questo caso, non e data dalle lavorazioni di pregio ma proprio da questa manifattura “povera” che ci testimonia lo schietto proposito ludico che caratterizzò il confezionamento di tali oggetti.

A mio avviso il fascino di questi reperti, infatti, sta proprio nella sua sostanziale semplicità e risiede in tutti quei particolari aspetti delle usanze ludiche del periodo che un simile manufatto è in grado di richiamare e testimoniare.


 

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No, non si tratta della cronaca di una partita svoltasi tra i due geni, grandi protagonisti del Rinascimento italiano, bensì di alcune riflessioni sulla paternità dei disegni degli scacchi rappresentati nel trattato “De ludo scachorum” di Luca Pacioli.

Una ricostruzione di scacchi ispirati al disegni del trattato di Luca Pacioli

Trovo la storia di questo manoscritto “Sul gioco degli scacchi” particolarmente avvincente.

Il trattato, omaggio alla marchesa di Mantova Isabella d'Este, è stato creduto perduto per lungo tempo e la sua esistenza era attestata solo attraverso un paio di carteggi antichi che lo citavano.

Primo fra tutti compare un richiamo in una lettera dedicatoria del “De viribus quantitatis” dello stesso Autore che cita uno “[...] iocondo et alegro tractato de ludis in genere cum illicitorum reprobatione spectialmente di quello de scachi in tutti i modi detto schifanoia et alle excellentia dal segnoir Marquese et Marchegiana di mantoa Francesco go'zaga e' Isabela extense' a quelii dedicato [...]”.

Questo scritto del 1496 allude evidentemente ad un più ampio libro dedicato ai giochi, forse ancora in fase di stesura, che doveva comprendere anche un trattato sugli scacchi.
 

La seconda citazione datata 29 dicembre 1508 è più precisa a riguardo e testimonia l'esistenza di un testo autonomo dedicato al solo gioco degli scacchi.
Si tratta di una missiva rivolta all'allora Doge di Venezia Leonardo Loredan in cui Luca Pacioli chiede, oltre alla ristampa della sua “Summa”, il privilegio di vedere stampati anche i suoi trattati “De divina proportione”, “De viribus quantitatis”, “Euclide” ed il “De ludo scachorum”.

Poi del documento non si seppe più nulla per quasi 500 anni.


Nel dicembre del 2006 il bibliologo Duilio Contin, grazie alla sua familiarità con la grafia dell'Autore, riconosce, custodite assieme ad altri libri e documenti storici dalla Fondazione Coronini Cronberg di Gorizia, le 48 carte autografe che compongono l'opera sugli scacchi di Luca Pacioli.

Si tratta di 96 pagine in cui vengono presentati 114 “partiti” di cui 87 giocati alla vecchia maniera (con le regole di gioco medievali) e 27 con le nuove regole “a la rabiosa” (quelle che conosciamo anche oggi).



I disegni che arricchiscono la descrizione delle 114 situazioni di gioco rappresentano una scacchiera sulla quale si muovono, stilizzati, scacchi rossi e neri.

Su questi disegni, appunto, circola la voce, non confermata ne' smentita, che siano opera di Leonardo da Vinci, che in quegli anni era in effetti in contatto con Luca Pacioli.
Leonardo collaborò per lungo tempo col matematico per i quale fece i disegni dei poliedri e sviluppò la forma di nuovi caratteri capitali; entrambi lavori che compaiono nel “De divina proportione” di Pacioli.


La cosa è possibile, quindi, soprattutto tenendo presente il periodo di durata di questa collaborazione è lo stesso in cui, in base alla data dei carteggi sopra descritti, si sviluppò anche il trattato sugli scacchi.
I due si conobbero a Milano nel 1496 ed il “De divina proportione”, che contiene il frutto del loro lavoro comune, venne stampato nel 1509.
Bisogna considerare, del resto, che tra le molteplici testimonianze relative alla loro collaborazione, scritte di loro pugno, non v'è cenno alcuno al disegno degli scacchi.


Luca Pacioli ribadisce nel De viribus quantitatis: “ […] ne fo discorso con le supraeme et legiadrissime figure de tutti li platonici et mathematici corpi regulare et dependenti che in prospectivo disegno non è possibile farli meglio, […] facte et formate per quella ineffabile senistra mano [...] del prencipe oggi fra' mortali pro prima fiorentino Lionardo nostro da Venci, in quel foelici tempo che insiemi a' medesimi stipendii nella mirabilissima città di Milano ci trovammo”.

Ancora: “ […] in quello che facemmo della 'Divina Proportione' alla excellentia dal Duca de Milano Ludovico Maria Sforza, apieno provano, e suo effecto largamente manifesta l'opera del nostro Leonardo Venci, compatriota fiorentino, quando con tutta forza feci in ditto libro de sua gloriosa mano li corpi mathematici […]


Anche nel “Codice Atlantico” di Leonardo da Vinci, del resto, si trovano diversi riferimenti ai lavori di Luca Pacioli; alcuni disegni e schizzi tracciati da Leonardo rappresentano problemi e giochi proposti dal matematico nel “De viribus quantitatis” e tra le tante 'citazioni' spicca la nota: “Impara da maestro Luca la moltiplicazione della radice”.

Tra tutte queste attestazioni di stima reciproca, in cui vengono più volte menzionati i lavori fatti in comune, in ogni caso, dei disegni degli scacchi non si fa cenno.

Il fatto che le illustrazioni degli scacchi in questione non fossero una rappresentazione fittizia e grafica, ma la resa bidimensionale di scacchi reali, realizzati al tornio, del resto, sembra trovare precise conferme in rappresentazioni pittoriche coeve, in cui i pezzi ricalcano le forme tracciate sul trattato di Luca Pacioli.

Un particolare degli scacchi disegnati sul manoscritto di luca Pacioli a confronto con altre rappresentazioni prese dal manoscritto "Regnault de Montauban" della seconda metà del XV secolo (Bibliothèque de l'Arsenal, Ms-5073, Paris, p, 15 recto)

Ci piace pensare che scacchi di questa foggia siano esistiti veramente e, con la collaborazione del rievocatore e ricostruttore Juergen Gaebel, abbiamo interpretato i disegni per realizzare un set di scacchi.

Le foto di tale lavoro fanno da corredo a questo post.

Scacchi in lavorazione

Scacchi finiti





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Penso che la storia degli scacchi e la loro evoluzione nel tempo siano grossomodo conosciute da tutti gli appassionati del settore.
Esistono infatti molti testi che riferiscono concordemente che il famoso gioco nacque in India attorno al VI -VII secolo e che, successivamente, attraverso la Persia e la cultura araba, approdò in occidente sul finire del primo millennio.

La nostra copia degli Scacchi di Albano Laziale in fase di finitura.
Quindi, l'Italia e la Spagna, geograficamente poste come ponti gettati nel bacino del Mediterraneo, furono tra i primi paesi europei ad essere coinvolti dalla propagazione del gioco in piena epoca medievale.
Di questo transito culturale esistono interessanti testimonianze costituite da ritrovamenti di pezzi da gioco, che in molti casi non sono adeguatamente riconosciuti, ne' analizzati o studiati approfonditamente.

La nostra copia degli otto scacchi di San Sebastiano
Comunque tra i reperti più antichi ritrovati in Europa si annoverano due testimonianze Italiane: gli scacchi di Venafro* in osso (custoditi nel Museo Archeologico di Venafro) e quelli di San Sebastiano in osso e avorio (che si trovano nel Museo Sacro della Biblioteca Apostolica Vaticana).

Recentemente ho avuto la fortuna di entrare in contatto con Roberto Cassano per la realizzazione di alcuni scacchi, tra cui le copie pubblicate a corredo di questo post, ed egli mi ha messo a conoscenza di molti particolari che non conoscevo.
Roberto Cassano si è dimostrato essere un grande conoscitore della storia degli scacchi e di cultura scacchistica in generale, su questi argomenti, tra l'altro, ha pubblicato diversi articoli e studi, ha curato la presentazione dei pezzi medioevali di Albano Laziale (Roma), è stato autore e relatore dello studio “Scacchi islamici, forme astratte per cinque secoli” (Museo Nazionale di Villa Guinigi di Lucca, gennaio 2014), è inoltre coautore del testo “L’Italia a scacchi – Guida turistica ai luoghi degli scacchi” (Ed. Le Due Torri, 2014).
A dispetto di un curriculum così importante e della competenza dimostrata, questo personaggio mi ha colpito per il suo carattere modesto e per l'apertura mentale volta al confronto.
Si tratta di un vero appassionato che ha condiviso generosamente, senza mai farla cadere dall'alto, parte della sua conoscenza, inviandomi materiale sia in cartaceo che in formato elettronico, nonché dandomi preziosi consigli riguardo le figure alle quali stavo lavorando.

Una copia dei pezzi di Albano Laziale in lavorazione.
Sono così venuto a conoscenza degli Scacchi in osso di Albano Laziale, conservati ai Musei Civici di Albano, che sono stati ritrovati nel 1996 durante gli scavi in prossimità di un accampamento romano dell’inizio del III secolo d. C.

La nostra copia dei quattro pezzi ritrovati ad Albano Laziale finiti.

Anche questi scacchi, quindi, condividono la sorte dei più celebri ritrovamenti che ho già nominato, la cui collocazione all'atto del ritrovamento stride con la storia ricostruibile grazie a fonti documentali.
Gli scacchi di San Sebastiano vennero infatti rinvenuti all'interno dell'omonima necropoli romana utilizzata, pare, solo fino alla fine del V secolo d. C.
Gli scacchi di Venafro a loro volta vennero ritrovati, assieme a dei resti umani, durante uno scavo  civile (non archeologico) e per vicinanza geografica con alcune sepolture romane vennero inizialmente creduti di quell'epoca, ma una successiva indagine spettrometrica al radiocarbonio permise di correggerne la datazione al 980 AD.


Occorreranno forse ancora altri studi e ricerche per risolvere la dibattuta questione relativa alle discordanze relative alle circostanze di certi ritrovamenti e la vera datazione ad essi attribuibile.
Tali apparenti contraddizioni risultano semplicemente dall'impossibilità, nei nostri ragionamenti, di considerare tutte le innumerevoli variabili che potrebbero aver portato questi pezzi a trovarsi, in un periodo posteriore rispetto al contesto di ritrovamento, nel luogo di rinvenimento.

Grazie a tutte le informazioni avute, in ogni caso, abbiamo potuto dedicarci alla realizzazione di queste copie dei reperti originali, realizzandole di legno intagliato, ricoperto di “gesso Bologna” sul quale si è intervenuto con medium ruvido di pasta leggera per ricreare le rugosità tipiche dei reperti originali, completando infine la resa della superficie con colori acrilici.
Attraverso le immagini di questo post si possono valutare vari stadi di lavorazione nonché il risultato finale.



Una volta intagliati i pezzi nelle giuste dimensioni il confronto con le immagini degli originali (sullo sfondo) ci ha permesso di pefezionare forme e volumi.




Ottenuta la figura in legno si è proceduto con la stesura del "gesso Bologna" avendo cura di non coprire i dettagli della scultura.



La copia degli Scacchi di Albano Laziale finti. Dall'alto verso il basso: due Alfieri, una Donna o Re ed una Torre.





* Degli scacchi di Venafro ho scritto in un apposito post.





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