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Viduquestla

L'aggettivo “laminato” in questo caso viene designato a definire un corpo costituito da sottili strati sovrapposti.

 

 

Reperti di scudi realizzati in questo modo, in Italia, ci giungono da diverse epoche del passato, da quella Classica fino al Rinascimento compiuto.

Ovviamente più indietro si va nel tempo e più le testimonianze si fanno rade, ma è ben attestato l'uso di lastronature di legno, impiegate già nell'antichità, anche per realizzare pezzi di arredo che potremmo definire “impiallacciati” con superfici intarsiate.

Le lastronature in questione sono sottili tavolette di legno tagliate dello spessore dell'ordine di qualche millimetro; proprio questa loro caratteristica le distingue dai piallacci veri e propri (utilizzati in tempi più moderni) che hanno spessori inferiori al millimetro.

L'utilizzo di lastronature ci testimonia un'elevata capacità tecnica delle maestranze di epoca romana che riuscivano ad ottenere queste particolari sottili porzioni di legno, consentendo diversi vantaggi nella realizzazione di varie tipologie di manufatti.

L'utilizo di lastronature per ricostruire la struttura di uno scutum romano.
 

Nel caso degli arredi, per esempio, ricorrere a questa tecnica dava la possibilità di ridurre lo spreco del prezioso materiale in uso, permettendo l'utilizzo di alburno per la realizzazione di mobili che potevano poi essere ricoperti con i sottili strati di durame.

In assenza di questa tecnica l'alburno, meno pregiato e più soggetto all'attacco di muffe e parassiti sarebbe stato scartato e l'intera struttura del mobile si sarebbe dovuta realizzare in durame di valore, con uno spreco di materiale eccessivo.

Nel caso degli scudi, l'utilizzo di lastronature permetteva di sovrapporre più strati di legno con orientamento delle venature incrociato, in modo da ottenere manufatti più resistenti, elastici e meno soggetti a spaccature e fenditure rispetto a quelli realizzati con semplici doghe accostate (di cui ho scritto qui).

 

Strati incrociati di lastronature messe in forma per uno scudo a calotta sferica.

Proprio questo attributo degli scudi laminati (gli strati sovrapposti con la disposizione delle fibre incrociate) ha favorito l'equivoco frequente che li vede paragonati al compensato; sostanza che differisce da un laminato di lastronature proprio per la tecnica utilizzata nel recuperare la materia da impiegare.

Le sottili tavolette erano ottenute nell'antichità semplicemente segando con precisione la porzione utile da un travetto di legno massiccio, mentre i fogli che costituiscono gli strati del compensato (così come quelli del multistrato) sono oggi ottenuti “sfogliando” un tronco messo in rotazione.

Schematizzazione delle due differenti tecniche di approvvigionamento di materiale.
Questi ultimi risultano pertanto formati da fibre ormai prive della consistenza e della portanza caratteristica del materiale d'origine; ne consegue la formazione di pannelli molto meno elastici e più pesanti rispetto a quelli ottenuti con la prassi del passato.

 

Del resto, la presenza di scudi realizzati mediante lastronature in piena epoca medievale, come lo scudo del XIV secolo donato da Ronald S. Lauder al Met Museum (link al reperto), ci lascia intuire che in alcune zone d'Italia, la capacità, acquisita nell'antichità, di lavorare il legno in questo modo, potesse non essere del tutto persa, seppur il suo ricorso venisse circoscritto ad alcune tipologie di attrezzature difensive.

 

Le testimonianze dell'impiego di lastronature nel Rinascimento si fanno decisamente più frequenti, sia per lo sviluppo di sempre più sofisticati intarsi che vedono applicare la tecnica del disegno prospettico, al posto di semplici decori geometrici frequenti in epoca classica, sia per il loro utilizzo per la realizzazione di scudi e rotelle bombate.

 

Il lavoro che andrò descrivendo è stato sviluppato proprio per la ricostruzione di questi scudi a forma di calotta sferica.

In base a diversi reperti possiamo dedurre le misure più frequenti: il diametro che può variare dai 50 ai 70 centimetri, la larghezza delle singole doghe che varia da 60 ai 90 mm circa, il loro spessore che possiamo considerare compreso tra i 4 ed i 9 mm, il raggio di curvatura indicativamente di 40 cm o l'angolo di curvatura che si attesta su diversi modelli tra i 30 ed i 65 °.

Il peso finale, misurato su diversi reperti appartenenti ad un arco temporale tra il XV ed il XVII secolo, risulta variare tra il chilo e mezzo ed i tre chili e mezzo.

Il legni utilizzati erano sempre leggeri: il pioppo, il salice bianco, più raramente il fico.

 

Il primo passo è quindi stato quello di realizzare uno “stampo” a forma di calotta sferica avente il raggio di curvatura desiderato.

Ho scelto di utilizzare uno stampo concavo perché, in base alle esperienze passate, sono portato a credere che sia più funzionale al corretto posizionamento delle doghe rispetto ad uno stampo di forma convessa.

Per farlo, risparmiando materiale rispetto allo scavo di un blocco massiccio (anche di difficile reperimento nelle proporzioni occorrenti), ho utilizzato diversi strati di legno di pioppo. 

Le fasi della realizzazione dello stampo schematizzate. In A la situazione prima dello scavo della forma. In B, la situazione dopo l'asportazione del materiale in eccesso.
 

Vi ho segato delle aperture circolari di diametro tale che il punto di incollaggio tra i vari strati mi fungesse da linea di riferimento per la calotta che volevo ottenere.

Un foro centrale mi fungeva da riferimento per la profondità dello scavo che è stato realizzato grazie ad un'ascia dal profilo convesso.

La forma della calotta è quindi stata perfezionata con una pialla dotata di suola curva.

 

 

Una volta fatto lo stampo ho calcolato la forma profilata delle doghe, che, per accostarsi perfettamente sulla concavità appena finita, dovevano ricalcare la forma dei fusi che compongono la superficie sferica avente il raggio di curvatura scelto per lo stampo.

 

Ho realizzato una dima con la forma che mi ha permesso di tracciare il profilo di tutte le doghe, rastremate successivamente con una scure dolaora.

 

 

Le doghe così ottenute sono state successivamente piegate grazie all'immersione in acqua bollente; questo passaggio si è reso necessario dopo diverse prove fallimentari nelle quali non riuscivo ad ottenere una perfetta aderenza su tutta la superficie dei vari strati.

 

Doghe poste ad asciugare in forma, inluogo arieggiatto all'ombra.

Poste ad asciugare su apposite dime curve le doghe hanno così preso la forma congeniale alla realizzazione della calotta già prima di venire incollate nello stampo.

 

 

Una volta incollati i vari strati di legno ho sagomato la forma circolare dello scudo che era quindi pronto a ricevere il materiale di rivestimento che caratterizza i reperti originali.

 


 

Ho fatto particolare attenzione al posizionamento delle pelle sull'interno dello scudo, operazione che ha presentato diverse criticità già in altri lavori precedenti.

Volevo evitare che la pergamena si staccasse dalla superficie creando, col variare dell'umidità, delle bolle di distaccamento che avrebbero potuto compromettere o alterare l'elasticità e la solidità del manufatto.

Per questo, una volta bagnata l'ho messa in forma sulla superficie convessa dello scudo stesso; una volta asciutta è stata incollata all'interno.

Lo stesso procedimento mi ha permesso di collocare per la pelle esterna, prima di incollare la quale si è provveduto al posizionamento di cinghie e cuscino, fissati con chiodi ribattuti sul davanti.

 


 

La pelle esterna è stata poi ricoperta, dopo l'incollaggio, con tessuto di lino e cinque mani di gesso di Bologna.

 



La nostra ricostruzione, successivamente dipinta con i motivi presenti su una rotella conservata al Museo di Lucerna (Svizzera), ha il diametro di circa 60 cm e pesa 2,2 Kg.

 



Ecco il risultato finale:

 


 


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A partire dalla fine del Trecento, nel nord d'Italia si assiste allo sviluppo di un sempre maggior numero di segherie idrauliche (leggi qui) che danno finalmente la possibilità di reperire facilmente sul mercato legname già segato in tavole.

 

A: particolare del disegno raffigurante la costruzione dell'arca, Mediatheque d’Arras, ms 252, f.95v.    B: Particolare del ciclo di affreschi del Palazzo della Ragione di Padova.

 

Questi semilavorati però necessitano di essere refilati lungo i bordi, visto che, in seguito al taglio del tronco in segheria, le tavole si presentano con un profilo che ricalca la forma del fusto della pianta di origine.

Tavole segate prima della refilatura

Naturalmente esistono diverse tecniche che permettono di ottenere contorni debitamente dritti, ma un metodo storico, sperimentato tempo fa per profilare i fianchi di lunghe lance affusolate (leggi qui), si è dimostrato sorprendentemente efficace.

 

Ne testimoniano la correttezza, dal punto di vista storico, diverse interessanti rappresentazioni che ci danno l'idea di come questa operazione fosse eseguita, tra XIII e XV secolo.

Inizamo con  l'analizzare le due opere riprodotte in alto, in  Figura A e B: si tratta di un disegno raffigurante la costruzione dell'arca di Noè, che si trova in un manoscritto del nord d'Italia del '300 (Mediatheque d’Arras, ms 252, f.95v.) e  un particolare del ciclo di affreschi presenti nel salone del palazzo della Ragione di Padova (le pitture originali sono state attribuite a Giotto anche se rieseguite sullo stesso impianto in seguito ad un incendio occorso nel 1420 circa).
 

Entrambe le raffigurazioni citate ci illustrano maestranze intente nell'operazione di refilatura, mentre, stando in piedi sulla tavola in lavorazione, intervengono sul bordo della stessa, utilizzando una scure da lato (leggi qui) dal lungo manico.

 

Il peso del corpo dell'operatore, quindi, provvede a tenere fermo il materiale da refilare mentre la zona di pertinenza del lavoro, l'operazione svolta dalla scure, si viene a trovare in basso, sotto al livello delle suole.

 

Questa tecnica, utilizzata per la refilatura, permette all'occorrenza di asportare grandi parti di materiale, garantendo una sostanziale velocità di esecuzione, ma soprattutto, con alcuni accorgimenti, garantisce una grande precisione. 

 

Dettagli di un lavoro eseguito con questa tecnica, sul lato sinistro, già finito con lo stesso metodo si può percepire la precisione raggiungibile.
Per rimuovere rapidamente molto materiale, quando il lavoro lo richiede, si può utilizzare una forte sventagliata; se risulta necessario si può facilitare l'asportazione di grosse quantità di materiale, operando, prontamente, delle tacche laterali sulle sporgenze più vistose.
 
Quanto appena descritto si può ravvisare anche tra i bassorilievi dell'androne della basilica di San Marco a Venezia, ma c'è un altro particolare interessante, rappresentato nelle opere citate che può essere interpretato grazie all'esperienza diretta.
 

Particolare dei bassorilievi presenti sull'arcone dei mestieri della Basilica di San Marco, nella quale si può notare la presenza di tacche sul legno in lavorazione, utili a facilitare l'asportazione del materiale in eccesso, e il gomito in appoggio sulla gamba come previsto dalla tecnica di lavoro di seguito descritta.



Per cercare maggior precisione, infatti, occorre eliminare le oscillazioni causate dalla flessibilità della colonna vertebrale; si appoggia al corpo, quindi, il gomito del braccio che impugna anteriormente l'attrezzo, puntandolo sotto al bacino agendo con semplici movimenti dell'avambraccio.
 

Dimostrazione di refilatura durante la manifestazione "Villafranca nella Storia" del 9/10/2022.

Il punto di pressione tra gomito e corpo che funge da vincolo dipende dalla lunghezza del manico dell'attrezzo e può trovarsi anche lungo la gamba.
 
Dimostrazione di refilatura alla manifestazione "Villafranca nella Storia" (foto di Pierangelo Gatto)
 
Come si evincere anche da un particolare del manoscritto "Bedford Book of Hours" scritto tra il 1423 e il 1430, (Additional Ms. 18850), British Library, Londra. 

 

Particolare tratto dalla costruzione dell'arca del Bedford Book of House
Da questa posizione la mano più arretrata sul manico permette, facendo perno sulla mano anteriore, di controllare l'ortogonalità dell'intervento.

L'operazione, fatta in questo modo, si svolge in totale sicurezza grazie all'ingombro del corpo e al limite di movimento delle braccia che assicura che la zona di lavoro sia sempre nella porzione di legno anteriore ai piedi dell'operatore.

 




La postura appena descritta, ricavata dall'esperienza diretta, sembrerebbe essere proprio quella rappresentata nell'affresco di Padova.

 

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Nel mese di Dicembre 2021 è uscito il mio nuovo libro sulla falegnameria medievale ed in questo post riporto alcune considerazioni sugli eventi che hanno portato alla sua pubblicazione.

 

Personalmente ho riscontrato che lo scrivere mi aiuta a riflettere; spesso nel farlo, anche per argomenti circoscritti come quelli esposti in un singolo post di questo blog, mi capita di dover mettere in successione una serie di elementi, pescati da esperienze passate di provenienza differente, senza aver prima mai pensato di trovarvi attinenza, fintanto che galleggiavano tra i ricordi in modo scomposto e disorganizzato.

 

 

Così capita che accostando questi dati per farli rientrare in una narrazione più lineare ne metto a fuoco meglio i contorni, li elaboro e, ponendoli in relazione tra loro, ne scopro aspetti che forse poco prima non erano ben chiari neanche nella mia mente.

Capita, dicevo, anche con scritti relativamente brevi, ma lo scrivere un testo decisamente più cospicuo risulta essere un viaggio talmente lungo che, fino a quando non ho compiuto tutto il percorso, non ho la minima idea di dove quel fiume di ragionamenti mi stia portando.

 


Succede così che una volta posta l'ultima parola del testo mi rendo conto, a lavoro finito, che vorrei rifare tutto, cambiare l'impostazione, evidenziare meglio quegli aspetti scaturiti dal nulla, che risultano esposti un po' in sordina, non essendo stati neanche contemplati nel momento in cui iniziai il lavoro.


Purtroppo però io non sono uno scrittore di professione e, confesso, non sempre ho l'energia, il tempo o le capacità per rimettere in discussione tutto il lavoro di stesura e rifare tutto daccapo.

 


Quando Andrea Carloni (curatore della collana Living History delle edizioni Bookstones) mi contattò per chiedermi se volevo far parte del progetto gli spiegai la mia idea, allora ancora molto confusa, di scrivere un libro sulla falegnameria medievale.


Il tema era però troppo vasto, ci accordammo quindi per suddividere gli argomenti in modo che ogni ebook in progetto trattasse singoli argomenti in modo più definito.

Pensammo inizialmente a due ebook (divennero tre strada facendo) e fu un bene: trattare gli argomenti così, separatamente, mi ha costretto ad indagare meglio ogni singolo aspetto della filiera del legno, facendomi trovare diverse falle nella mia percezione del lavoro dell'epoca e scoprire molti aspetti storici interessanti.

 

Poi, molto tempo dopo, l'editore mi comunicò la possibilità di raccogliere tutto il materiale in un unico testo da pubblicare su supporto cartaceo.

Naturalmente presi la notizia con entusiasmo pensando che il ricucire assieme i tre argomenti rappresentasse l'occasione giusta per compiere quell'operazione di ristesura che non avevo avuto il coraggio di affrontare prima.

 


Sono stati, quindi riveduti, corretti ed ampliati gli argomenti trattati dai singoli ebook ed è così nato il nuovo libro al quale un titolo è stato posto solo a lavoro finito.

 


Alcune immagini tratte dal libro


Trovi altre informazioni su “Legno eFalegnameria tra medioevo e Rinascimento” alle seguenti pagine:

 

https://www.academia.edu/64555563/Legno_e_Falegnameria_tra_Medioevo_e_Rinascimento

 

https://www.viadeilibri.it/libro/legno-e-falegnameria-tra-medioevo-e-rinascimento/

 

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Recentemente mi è capitato di creare una cassa ispirandomi ai canoni costruttivi del reliquario conservato al Museo Correr (prov. Deposito Istituto Cavanis, Venezia, inv. CI n. 2363).

La ricostruzione della cassa del XIII secolo.

 

L'originale in questione venne utilizzato, dal 1290 al 1733, per conservare le spoglie della Badessa Giuliana di Collalto (1185 - 1262), beatificata da papa Benedetto XIV nel 1753.

La cassa-reliquiario della Beata Giuliana da Collalto (foto di Andrea Carloni - Rimini)

 

Questa cassa risulta assemblata mediante delle particolari tecniche costruttive, che ho replicato cercando di utilizzare attrezzi consoni all'epoca .

In questo modo queste caratteristiche, uniche nel loro genere, potrebbero fornire importanti indizi riguardo alla falegnameria di quel periodo.

Le tavole che compongono i lati del manufatto sono fissate tramite montanti angolari che fungono, nell'insieme della struttura, da gambe portanti; fin qui nulla di anomalo, visto che questa disposizione delle varie parti è comune in molte opere simili sia di epoca medievale che rinascimentale.

La particolarità consiste negli strani incastri che caratterizzano l'unione tra i vari elementi: i fianchi infatti sono infilati nei montanti, mediante tenoni appositamente sagomati, in solchi di sezione triangolare.

 

La particolarità degli incastri della cassa originale (foto di Andrea Carloni - Rimini)

Un'ulteriore “stranezza” nelle tecniche di assemblaggio della cassa è rappresentata dal fondo rialzato (posto molto in alto, probabilmente per consentire l'esposizione delle spoglie) che si inserisce nella struttura infilandosi tra le due tavole sovrapposte che compongono ogni lato della cassa.

Quest'ultimo particolare sembrerebbe essere un espediente utile a ridurre il lavoro da praticare sul materiale (cosa che ci dà indizi sulla lucidità con cui ogni particolare dell'insieme veniva pensato): invece di scavare un apposito solco all'interno del fianco per accogliere il fondo si sfrutta la giunzione delle due tavole unite dai montanti per ottenere, con minimo sforzo, il medesimo effetto dal punto di vista strutturale.

La posizione del fondo rialzato (foto di Andrea Carloni - Rimini)

 

Di fronte ad una prova così evidente sull'importanza data alla fase progettuale, ci si aspetta che anche gli “incastri triangolari” possano svolgere un altrettanto significativo compito per quanto difficile da comprendere senza addentrarsi con appropriate metodologie nel lavoro di ricostruzione.

La cassa originale ha misure davvero imponenti arrivando ad una lunghezza di 175 cm, la nostra riproduzione è stata fatta più piccola, riportando ogni misura in scala.

Non è stato possibile però rispettare la stesse proporzioni degli incastri triangolari, che, venendo tenuti in posizione da chiodature trasversali necessitavano di una lunghezza adeguata a garantire il vincolo dato dalla “trapuntatura” del chiodo.

Una prova di assemblaggio con il posizionamento dei chiodi per verificare la loro efficacia.

 

Questo scostamento dai canoni originali ha amplificato la particolarità del giunto, creando una serie di riflessioni a mio avviso interessanti.

Ci è stato possibile verificare che gli incastri tengono efficacemente i vari pezzi, anche negli assemblaggi provvisori, utili a provare la connessione tra le varie parti.

Ad evitare fratture o spaccature dovute all'azione del cuneo che compone l'incastro, concorre la spalla in appoggio, su ognuno dei lati esterni, mentre un'ipotetica spaccatura dovuta ad una flessione laterale dei pannelli che compongono i lati della cassa sembra essere improbabile vista la solidità dell'assemblaggio completo. 

Una prova di assemblaggio che rende evidente la funzione di arresto della spalla (sulla destra del cuneo)

 

Nel complesso quindi credo che l'incastro funzioni ed ho potuto appurare che semplifica abbastanza la fase di assemblaggio definitivo.

Questo avviene grazie al fatto che la forma triangolare funge da “invito” alle varie parti, accompagnandole nella giusta posizione, senza necessitare di particolari attenzioni al posizionamento nell'atto di accostarle tra loro.

Sicuramente si tratta di un vantaggio non da poco, soprattutto viste le grandi dimensioni dei pezzi della cassa originale, che non saranno certo stati facili da manovrare.

Dal punto di vista costruttivo devo dire che ho riscontrato delle difficoltà, tanto che la realizzazione di questi otto solchi triangolari è stata sicuramente la parte più lunga e difficoltosa di tutto il lavoro.

Gli incastri triangolari realizzati medianto coltello da intaglio.

 

In più occasioni ho sentito il bisogno di ricorrere a strumenti differenti dal semplice coltello da intaglio, utensili che potessero agire sul legno “da sotto” (sollevando compiutamente il truciolo), invece che lateralmente come la lama del coltello.

Ho istintivamente pensato ad un utensile tradizionale composto da due lame piegate ad uncino, poste alle estremità di una barra immanicata a T.

Un disegno raffigurante l'attrezzo in questione.

 

Si tratta in effetti di un attrezzo poco conosciuto, se non dagli appassionati di lavori di falegnameria tradizionale, che ha comunque pochi riscontri nella tradizione italiana.

Il suo utilizzo sarebbe decisamente consono a questo genere di lavori, ma restavo dubbioso poiché non mi risultava alcuna informazione che ne potesse far risalire l'uso all'epoca medievale: non fonti documentarie, non iconografie ne' reperti; nessun riferimento.

Cercando in rete alla fine ho trovato una preciso riscontro, risalente proprio ad un periodo coevo a quello di fabbricazione della cassa: si tratta di una rappresentazione eseguita sulle vetrate policrome della cattedrale Notre-dame di Chartres.

La vetrate della cattedrale Notre-Dame di Chartres raffiguranti falegnami nell'atto di costruire una cassa, ed, a lato, il particolare dell'attrezzo raffigurato con la lama "ad uncino" (foto tratta dal blog  johanninternational.blogspot.com).

 

Le immagini che riporto, che illustrano l'utilizzo dell'attrezzo in questione proprio nella costruzione dei montanti di casse in legno, sono state tratte dal blog johanninternational.blogspot.com che per primo attesta l'uso di simili utensili in epoca medievale.

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Si tratta di un tipo di pialla tradizionale che morfologicamente sembra preservare molti tratti comuni con i modelli originali di epoca romana da cui si è evoluta (leggi qui).
Tali strumenti del periodo classico (quelli giunti fino a noi, almeno) sono accomunati dalla caratteristica di avere alcune parti di metallo poste a rinforzo del ceppo e fissate tramite borchie.
In pratica risulta essere metallica la suola, a contatto col legno in lavorazione, più svariati elementi aventi scopi di consolidamento.
Il rinforzo fornito dal metallo in quel punto aveva funzioni pratiche, essendo il materiale liscio e duro, resistente tanto all'usura quanto a deformazioni.
Questo aspetto poteva avere però dei risvolti negativi rendendo gli strumenti troppo “sofisticati” e complessi: per realizzarli occorrevano probabilmente un gran numero di competenze specifiche.
Alcuni autori sono dell'opinione che, all'epoca, potessero esistere anche esempi più semplici con ceppi fatti completamente di legno.


Questa tesi sarebbe supportata dal rinvenimento di diverse lame prive di ceppo; tali reperti potrebbero avere, del resto, molte altre spiegazioni.
In particolare, la presenza nell'antichità di pialle eseguite integralmente in legno, ad esclusione del ferro del tagliente, confermerebbe l'utilizzo di simili attrezzi in modo molto più versatile.
Essi fornivano, infatti, la possibilità di essere realizzati e modificati, in base a diverse esigenze lavorative, senza troppe difficoltà, dai falegnami stessi che li avrebbero posti in uso.

Alcuni esempi di pialle di tradizione veneta.
Comunque sia, la pialla tradizionale veneta, presenta molti tratti comuni con gli utensili più arcaici, avendo, come molti di loro, una particolare impugnatura orizzontale ricavata nella parte anteriore del ferro.
 


Questo manico è ottenuto attraverso un foro longilineo che attraversa da lato a lato il ceppo e un assottigliamento della parte superiore del ceppo, delineata dall'asola orizzontale, che viene a fornire un punto di presa efficace.




Infatti un'impugnatura di questo tipo rende possibile esercitare un'adeguata pressione sulla parte anteriore della pialla, laddove l'aderenza al legno in lavorazione è più funzionale.
L'attrezzo sembrerebbe predisposto per lavorare in trazione attraverso movimenti che lo avvicinano al corpo dell'artigiano, piuttosto del contrario.

Questa indicazione sembrerebbe ravvisabile anche nel quadro del 1575 “La costruzione dell'Arca” di Jacopo da Ponte (detto anche Jacopo Bassano) dove si vede una persona intenta nella piallatura con questo arnese, mentre diversi altri esemplari sono raffigurati ammucchiati caoticamente a terra (con un'incuria da brividi).

Particolare de “La costruzione dell'arca” di Jocopo da Ponte (1575).
Esistono diversi quadri dello stesso autore in cui si possono vedere attrezzi ammassati a terra in questo modo: si tratta indubbiamente di una scelta stilistica piuttosto che di una testimonianza di situazioni reali.
All'atto pratico, in effetti, questo genere di attrezzi risulta funzionale anche se adoperato a spinta, come la maggior parte delle pialle occidentali odierne.

Piallatura a spingere con una ricostruzione di pialla ispirata al dipinto attribuito a Jacobello del Fiore (1400 – 1439)
Un'altra bella raffigurazione di una pialla simile la si può trovare su una delle due piccole tavole in legno, attribuite a Jacobello del Fiore (o al suo ambito), databili al 1400/1439 attualmente esposte al museo civico di Bassano.
Si tratta di un'importante testimonianza degli attrezzi in uso dai falegnami nei primi decenni del XV secolo essendo, con tutta probabilità, parti di un cassone, o frontale ligneo, utilizzato nelle adunanze della Confraternita della città.

 A dimostrazione della continuità nell'uso di simili attrezzi nel tempo concorrono molti esempi di fattura “moderna”, reperibili sul mercato d'antiquariato ed esemplari presenti in cataloghi di attrezzi di falegnameria di inizio '900.

Una pagina di un vecchio catalogo di attrezzi della ditta “Enrico Borsano & figli” nella quale si può notare la grande varietà di forme diverse derivanti da tradizioni locali differenti. Ringrazio l'amico Anton Vierthaler per la foto.

 
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